E' uscita la seconda edizione del libro "La Saga dei Bardanzellu. Le alterne vicende di una famiglia sarda", presso "Edizioni del Faro", Trento, http://www.edizionidelfaro.it/, acquistabile in internet e nelle librerie convenzionate con la casa editrice
  5^ generazione (1820-1860)

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La permanenza in Sardegna convinse la casa regnante (ed in particolare il futuro sovrano Carlo Felice) ad avviare riforme più incisive di quelle settecentesche. In particolare per risolvere l'eterno conflitto tra i pastori e gli agricoltori fu emanato l'Editto delle Chiudende (1820), col quale si consentiva di recingere i campi destinati alle coltivazioni. Con tale norma la proprietà privata sostituiva quella collettiva delle terre, cui erano abituati i Sardi. Il malcontento dei pastori (che si vedevano privare di terreni pascolativi) sfociò peraltro in numerose tensioni. Successivamente, nel 1836, era finalmente abolito il feudalesimo, con riscatto delle terre in gran parte a carico dei Comuni, ma anche da parte di privati che, negli anni, avevano accumulato qualche risparmio con l'allevamento e l'agricoltura. Di ciò cominciarono a beneficiarne taluni Bardanzellu sia a Luras che ad Olbia e, più che altro nella generazione successiva, li ritroveremo proprietari di ampi appezzamenti terrieri. Le famiglie con figli contano una media di quasi otto figli ciascuna! Purtroppo, i registri ecclesiastici annotano vere e proprie falcidie di minorenni e neonati dovute alle epidemie, ancora non debellate, e, forse, alla consanguineità dei matrimoni. Detratta la mortalità infantile (14,81%!), possiamo calcolare l'età media di questa generazione in 57 anni e 4 mesi per i maschi e in 49 anni e 8 mesi per le femmine.

 

Giorgio Bardanzellu (1794-1863) fu una personalità rilevante in Luras: dai verbali del consiglio comunale si evince che sia stato consigliere comunale quanto meno dal 1841 al 1854 e nel biennio 1861-62. Fu inoltre eletto Sindaco di Luras nel 1844. Possedeva, quindi, il reddito richiesto per essere eletto ed elettore nel sistema dell’epoca ed era acculturato: così come il padre Tomaso, infatti, risulta firmare di proprio pugno i verbali di Consiglio e non con segno di croce.

Tra l’amministrazione di Luras e Giorgio Bardanzellu, tuttavia, non furono sempre rose e fiori. Nel 1854, infatti, il Comune si oppose alla chiusura (in base all’editto sulle “chiudende”), da parte del notabile, di un terreno comunale posto ai margini dell’abitato in località S’Alzoledda, motivando tale divieto con il pubblico interesse. Avendo Giorgio proseguito indisturbato, il Consiglio comunale di Luras adì le vie legali presso il Tribunale di Calangianus. Non è dato di conoscere l’esito della sentenza.

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Un'altro personaggio di primo piano della cittadina gallurese fu Giovansanto (o meglio, Giò Santo) Bardanzellu (1812-1865). Anch'egli rivestì importanti cariche politico-amministrative nel Comune di Luras, possedendo, quindi, il reddito richiesto per essere eletto: fu pressoché ininterrottamente Consigliere comunale dal 1844 sino alla sua morte (1865); fu eletto Sindaco nel 1850 e Assessore supplente nel biennio 1861-62; era anch’egli alfabetizzato, in quanto risulta firmare di proprio pugno i verbali di Consiglio. Nel verbale del 15 giugno 1854, Giò Santo Bardanzellu è citato come “negoziante”; il Consiglio comunale lo nominò amministratore della chiesa parrocchiale, ma non accettò la carica.  Sua moglie Quirica Pinna visse sino a novantatre anni d'età e fu  sorella, zia e consuocera di altri quattro sindaci luresi e di almeno undici consiglieri comunali.

 

 

Nel giorno 3 luglio dell’anno del Signore 1837, Luras. Premesse le tre pubblicazioni e non avendo riscontrato alcun impedimento, io sottoscritto vicario parrocchiale di questa chiesa della Beata Maria Vergine del Santissimo Rosario, ho interrogato a parole e sul momento Giovansanto Bardanzellu, figlio del defunto Agostinangelo e di Caterina Soggiu, e Quirica Pinna, figlia del defunto Giovanni Battista e di Giovanna Maria Derosas, di questa stessa città, e ricevuto il loro reciproco consenso, li ho uniti in matrimonio solennemente e dinanzi all’Assemblea dei fedeli, alla presenza dei testimoni conosciuti proparroco Antonio Satta e notaio Michele Leoni della medesima città e dopo li ho benedetti secondo il rito di Santa Madre Chiesa. E di ciò Tommaso Giua vicario parrocchiale.

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 Don Antonio Bardanzellu Rais, nato tre mesi dopo la morte cruenta dell'omonimo padre (vedi generazione precedente), entrò nel sacerdozio e fu parroco di Luras già nel 1849 e sicuramente sino al 1853. In tale anno cominciò a svolgere le funzioni di segretario comunale e redasse i verbali delle riunioni di Giunta e di Consiglio per un biennio.

Successivamente fu ingiustamente coinvolto, come mandante, nel processo per l'omicidio di Paolo Careddu "Tignosu" e del ferimento di Carmine Satta, avvenuto il 7 settembre 1858 in Luras, località Abbafritta, e per il quale il 24 settembre dello stesso anno erano stati arrestati l'agricoltore Baingio Cossu e il possidente Giuseppe Pirisinu. Tutti e tre gli imputati furono poi assolti per insufficienza di prove dalla Corte d'Assise di Sassari.

Nel 1862 don Antonio fu tra i sottoscrittori, insieme ad altri 8.942 sacerdoti, di una petizione presentata da Carlo Passaglia, direttore del periodico "Il Conciliatore", in cui si chiedeva al Papa Pio IX la rinuncia al potere temporale; tale atto provocò una immediata persecuzione dei suoi firmatari. Fu tuttavia ancora segretario comunale del paese tra il 1861 e il 1865 e nuovamente parroco di Luras nel 1893; scomparve alla bellezza di 93 anni e mezzo.  

 

           Anastasia_Maria_Bardanzellu             Pasquale_Bardanzellu

Anastasia Maria Bardanzellu (n. Olbia 1820), moglie e madre di due Sindaci olbiesi

 Pasquale Bardanzellu (Olbia 1844-1908)

Anastasia Maria Bardanzellu di Terranova fu una delle donne più ricche della cittadina costiera. Sull’Almanacco gallurese 2006-07 è stata pubblicata la sua denuncia di successione presentata nel 1858 relativamente a tutti i beni già di proprietà del suocero Pietro Puzzu, in quanto vedova dell’unico figlio superstite di quest’ultimo (Tomaso Michele). L’elenco dei beni immobili è cospicuo, e concerneva in appezzamenti di terra per oltre 60 ettari; tre vigne comprendente circa 45.000 piante di vite; 22 case terrene situate nell’abitato di Terranova, due “fondachi” e un “palazzotto” . Quest’ultimo era detto il “Palazzo del Barchile”, ed era composto da 9 stanze, due barchili, una cisterna ed un cortile; ancora oggi troneggia sulla centrale Piazza Regina Margherita di Olbia.

 

 

   

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